Il Giappone sperimenta il picco


Man mano che finiamo di tradurli, per qualche settimana, alla luce del recente triplo disastro, pubblicheremo degli articoli realizzati da Transition Japan, incentrati sulle sfide che dovrà affrontare il Giappone per fare i conti con il cambiamento climatico, il picco del petrolio, la sicurezza alimentare e la perdita della biodiversità. Nel primo intervento, Brenadan Barrett si interroga su come le scelte post-tsunami del Giappone, possono aiutarci a rispondere al picco del petrolio.

Per chi può e vuole leggerlo in inglese o in giapponese l’ articolo originale lo trovate qui

Per la parte del giappone orientale, non direttamente colpita dallo tsunami dell’ 11 Marzo 2011, inclusa la capitale, Tokio, la situazione attuale assomiglia molto a un test per il picco del petrolio.
Con questo non si vuol ignorare la tragica perdita di vite umane e la terribile situazione che affrontano molti sopravvissuti, rimasti senza casa e senza mezzi di sostentamento. Invece, l’ intenzione è quella di riflettere sugli eventi successivi al disastro e confrontarli con quelli associati ai peggiori scenari post-picco.

Il terremoto e lo tsuanmi hanno coinvolto 6 delle 28 raffinerie del Giappone e immediatamente è stato introdotto il razionamento con un massimo di 20 litri per automobile (in alcuni casi non più di 5).
Il 14 Marzo il governo autorizza l’ industria petrolifera a distribuire la quantità necessaria per 3 giorni dalle riserve e il 22 Marzo per altri 22 giorni.

La Tokyo Electric Power Company (TEPCO), che ha come clienti 44.5 milioni di persone, ha perso, a causa del terremoto, un quarto della sua capacità complessiva di fornitura, proveniente dai due impianti nucleari di Fukushima (Dai-ichi e Dai-ni), e otto centrali termoelettriche operanti a combustibili fossili. Di conseguenza, a partire dal 14 Marzo, TEPCO è stata costretta a una serie di interruzioni di corrente programmate nella regione di Kanto (le prefetture di Gunma, Tochigi, Ibaraki, Saitama, Tokyo, Chiba, and Kanagawa).

Mentre le centrali termoelettriche dovrebbero ritornare operative in breve tempo, la perdita nella capacità di produzione complessiva diventerà ancora più difficile da gestire in estate, quando i condizionatori d’ aria cominceranno ad essere utilizzati. In realtà le interruzioni di corrente potrebbero proseguire per anni, anche perchè uno dei due impianti di Fukushima ormai non è altro che un mucchio di rifiuti radioattivi.

Rimanendo in tema di radioattività, all’ annuncio delle autorità di Tokyo che il livello di contaminazione dell’ acqua potabile era superiore ai livelli minimi di sicurezza, è immediatamente seguita una vera e propria corsa all’ acquisto di acqua in bottiglia, proseguita anche dopo che la situazione dell’ acqua di rubinetto è tornata alla normalità. Tuttora, pur essendo, disponibile in tutti i negozi locali, è consentito l’ acquisto di una sola bottiglia da 2 litri a testa.

Immediatamente dopo il terremoto, i supermercati al di fuori dell’ area del disastro, a Tokyo e nelle altre maggiori città hanno cominciato a esaurire i generi alimentari. I negozi di articoli elettrici hanno esaurito le batterie, le lampade e le radio portatili.

Come tutti ormai sappiamo, la doppia tragedia, naturale e umana ha avuto conseguenze nella regione di Tohoku, dov’è situata Fukushima, e nell’ area della Grande Tokyo. Nonostante la nota efficenza delle industrie giapponesi è stato molto difficile proseguire la produzione, dal momento che usano il just in time sistem e che hanno gli impianti di fornitura (per le parti necessarie) situati nella zona colpita. Un esempio è nella produzione automobilistica: le principali aziende hanno dovuto sospendere il lavoro, dal momento che gli stabilimenti di alcune parti fondamentali erano stati coinvolti dal doppio disastro. La fragilità di questo sistema di produzione industriale è palese ed è qualcosa che gli studiosi del picco del petrolio hanno più volte sottolineato.

La scarsità di cibo, acqua in bottiglia, interruzioni di corrente, razionamento dei carburanti e interruzioni nella produzione industriale, sono eventi tutti anticipati da chi prende il picco del petrolio seriamente.
E quasi come se il Giappone occidentale stia facendo una esercitazione in vista del picco. Se gli studi sul picco del petrolio sono corretti, allora il resto del mondo potrebbe dover affrontare qualcosa di simile tra 5 o forse tra 10 anni, ed è quindi importante che noi impariamo il più possibile, dalla risposta Giapponese alle attuali circostanze.

Che cosa rende la situazione Giapponese diversa da quella successiva al picco del petrolio?

Negli scenari del picco, il mondo intero (non un solo paese) verrà colpito da un continuo declino della produzione globale di petrolio. Il rapidità del declino è un fattore chiave. Se sarà lento e graduale (pochi punti percentuali ogni anno), l’ economia, la produzione alimentare e il sistema di produzione e distribuzione dell’ energia avranno più tempo per adattarsi.

In tali circostanze, ci possiamo aspettare un significativo declino nella circolazione di beni e persone per il mondo. un lento o potenzialmente improvviso stop. Per un paese come il Giappone, che dipende in larga misura dalle importazioni di cibo, producendo solo il 40% del proprio fabbisogno, un scenario post-picco potrebbe avere un terribile impatto.

Nella situzione attuale, invece, il Giappone puo’ sempre ricorrere alle importazioni per alleviare i suoi problemi di forniture alimentari. E questa è una fortuna, dal momento che 7.872 fattorie, 189 porti e 18.754 pescherecci sono andati distrutti dallo tsunami, per non parlare delle migliaia di persone che vivevano di agricoltura o pesca e che sono o morti o comunque impossibilitati a lavorare. Inoltre, la zona dei 20-30 km (adesso allargata a 30-40 NdT) intorno all’ impianto di Fukushima Dai-ichi non potra essere usata per la produzione di cibo per un qualche tempo e la reputazione di queste zone di poter offrire prodotti incontaminati potrebbe aver bisogno di più tempo ancora per essere ristabilita.

In uno scenario di picco del petrolio globale , è molto probabile che i prezzi del cibo salgano significativamente. In parte questo stà avvenendo. In Febbraio 2011 hanno raggiunto il livello più alto mai registatrato a causa di cattivi raccolti, aumento dei prezzi del petrolio e un aumento della domanda di cibo dovuta all’ aumento della popolazione e del livello di vita nei paesi in via di sviluppo. Si prevede che il conflitto in Libia porterà ad un ulteriore aumento dei prezzi e del cibo e del petrolio. In realtà, conflitti e disordini nei paesi produttori sono un altro aspetto di vari scenari di picco del petrolio, nei quali le nazioni si contendono le risorse rimanenti. E’ quello che Richard Heinberg descrive come ” l’ ultimo a rimanere in piedi” nel quale le varie potenze usano la forza per permettere la propria sopravvivenza a spese di tutte le altre.

Quindi, nell’ attuale situazione Giapponese, la situazione è mitigata dalla capacità delle diverse nazioni di offrire appoggio e continuare a commerciare (ad esempio, Evian vendendo acqua in bottiglia in grandi quantità). Questo difficilmente sarà possibile in alcuni dei più estremi scenari post-picco, dove si considera un rapido declino nella disponibilità di petrolio.

Le lezioni dal Giappone

Anche se le conseguenze dell’ attuale disastro sono state tragiche in termini di vite umane e anche se è chiaro che l’ impatto emotivo, psicologico ed economico è stato enorme, ci sono reali segnali di speranza.

La prima importante lezione è riconoscere che i leader giapponesi hanno reagito rapidemente e con senso di responsabilità. Abbiamo già detto del razionamento dei carburanti in atto dal 12 Marzo 2011. La verità è che il Giappone è una delle nazioni più preparate al mondo alle catastrofi ed effettua esercitazioni su larga scala regolarmente. Questa esperienza si è rivelata essere di vitale importanza per aiutare le persone, le comunità e le istituzioni a districarsi con le grandi sfide che hanno da affrontare.

Le autorità hanno capito velocemente che era in atto una corsa all’ accaparramento dei generi alimentari e hanno chiesto pubblicamente che la popolazione acquistasse solo in base alle sue reali possibilità.
A questo è seguita una campagna di sensibilzzazione con lo slogan “Quello che io posso fare adesso”.

Il ministro responsabile degli approvigionamenti di cibo, Renho Murate, ha spesso chiesto alla popolazione di non farsi prendere dal panico e a non acquistare cibo se non per necessità. Ha sostenuto che questo tipo di comportamento avrebbe reso più difficile reintegrare le scorte nella aree colpite dal terremoto. Allo stesso tempo, sia il settore pubblico che quello privato sono stati incoraggiati ad affrontare le previste interruzioni di corrente e a ridurre in maniera significativa i propri consumi di energia. Tutti hanno risposto positivamente-contenti di fare la propria parte per risolvere il problema.

IL Primo Ministro, Naoto Kan, ha lanciato un appello alla popolazione il 13 Marzo 2011 affermando “Noi Giapponesi abbiamo affrontato molte situazioni difficili nella nostra storia per creare la nostra moderna società di pace e prosperità. Credo fermamente che se i nostri cittadini lavoreranno insieme per rispondere a questo grande terremoto e allo tsunami, supereremo anche questa crisi.”

Questo messaggio è stato ripetuto dai media e i giapponesi hanno risposto mostrando calma, pazienza, rispetto e aiuto reciproco. Senza saperlo hanno messo in atto lo scenario “power down” di Richard Heinberg, il patto di cooperazione, conservazione e condivisione. Se potranno proseguire lungo questa strada per un lungo periodo di tempo rimane da vedere.

Nel movimento mondiale di Transizione , di solito si fa riferimento all’ approccio “testa, cuore e mani” per affrontare il picco del petrolio e il cambiamento climatico, discussi nel “Manuale della Transizione” di Rob Hopkin’s. In sintesi, la testa significa lo studio necessario per capire in che modo possiamo rivedere le nostre vite in modo da renderle più orientate al locale e su bassa scala, mano a mano che prendiamo coscienza della crisi energetica verso la quale ci stiamo dirigendo. Il cuore simbolizza il modo in cui possiamo generare visioni positive del futuro e come possano aiutarci a superare il senso di impotenza di fronte a questa immensa sfida. Le mani rappresentano la comprensione che il modello di transizione può essere messo in pratica nelle specifiche comunità locali (intese come chi vive in un determinato momento in un determinato luogo senza distinzione di razza, religione, provenienza o altro NdT).

Per molte comunità del Giappone orientale, questa è la prima volta che devono farsi delle domande sulla sicurezza alimentare e sulla disponibilità di energia. La grande maggioranza sembra, cosa del tutto ovvia e naturale, mostrare il pressante desiderio di tornare alla normalità, al modo in cui le cose erano prima. Ma ci sono anche segni di un approccio testa, cuore e mani nelle risposte ai giornalisti su quale può essere lo sviluppo futuro del Giappone.

Se il Giappone deve essere ricostruito meglio, questo può essere fatto costruendo comunità più resilienti, più orientate al locale, nelle aree colpite da terremoto e tsunami. In effetti questa è una possibilità di riconsiderare completamente il percorso di sviluppo verso un Giappone meno vulnerabile, meno dipendente dai combustibili fossili, e idealmente una società a basse emissioni di carbonio.

Prendendo in prestito le parole del Primo Ministro Kan, ancora una volta, quando chiede ai suoi compatrioti:

“Mentre affrontiamo tutto questo, facciamo in modo che tutti noi, ora, rinsaldiamo i nostri legami con le nostre famiglie, amici e comunità, per superare questa crisi e ancora una volta costruire un Giappone migliore”

questo articolo è pubblicato con licenza “Creative commons”, per leggere la licenza completa premete il seguente banner:

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